Roberto Revello "Ciò che appare nello specchio"

Il posto delle parole
08 Lug 2019
 
Roberto Revello “Ciò che appare nello specchio” Docetismo e metafisica dell’immagine in Henry Corbin Orthotes Editrice orthotes.com L’eredità più riconosciuta di Henry Corbin è quella dell’orientalista che ha fatto scoprire insospettate e ricche tradizioni spirituali-filosofiche dell’Iran shī’ita. Nel presente lavoro ci si è sforzati tuttavia di tenere assieme l’opera dell’esegeta e del fenomenologo della religione con quella del filosofo teoreticamente in grado di interrogare da un altro luogo i percorsi della metafisica occidentale sui temi centrali dell’essere e dell’“essere immagine”. Per esplicita ammissione, si può parlare di un’insolita prospettiva “docetista”, intesa come fenomenologia di specchi e icone, come metafisica immaginale capace di dare spessore a immagini in continua trasfigurazione dal visibile all’invisibile e viceversa. Le tradizioni religiose a cui si riferisce Corbin fanno infatti dell’immaginale la dimensione in cui hanno luogo i fenomeni spirituali. Sarebbe la rimozione di questo piano ad aver determinato, in Occidente, lo scacco di un nichilismo passivo, ostaggio del “paradosso del monoteismo” che, in ultima analisi, è sempre un’ontoteologia senza teofania. Salvare lo spirituale attraverso l’immaginazione L’imperatore – così si racconta – ha inviato a te, a un singolo, a un misero suddito, minima ombra sperduta nella più lontana delle lontananze dal sole imperiale, proprio a te l’imperatore ha invitato un messaggio dal suo letto di morte. Ha fatto inginocchiare il messaggero al letto, sussurandogli il messaggio all’orecchio […]. Questi s’è messo subito in moto; è un uomo robusto, instancabile […]. Ma la folla è così enorme; e le sue dimore non hanno fine. Se avesse via libera, all’aperto, come volerebbe! e presto ascolteresti i magnifici colpi della sua mano alla tua porta. Ma invece come si stanca inutilmente! ancora cerca di farsi strada nelle stanze del palazzo più interno; non riuscirà mai a superarle; e se anche gli riuscisse non si sarebbe a nulla; dovrebbe aprirsi un varco scendendo tutte le scale; e anche se gli riuscisse, non si sarebbe a nulla: c’è ancora da attraversare tutti i cortili; e dietro a loro il secondo palazzo e così via per millenni; e anche se riuscisse a precipitarsi fuori dell’ultima porta – ma questo mai e poi mai potrà avvenire – c’è tutta la città imperiale davanti a lui, il centro del mondo, ripieno di tutti i suoi rifiuti. Nessuno riesce a passare di lì e tanto meno col messaggio di un morto. Ma tu stai alla finestra e ne sogni, quando giunge la sera. In questo famoso apologo, Kafka ci parla di un messaggio segreto proferito dalle labbra dell’imperatore morente: esso deve giungere al suo unico e speciale destinatario; eppure, questi, non potrà mai riceverlo, tanto è immensa e complicata la distanza che il latore dovrà percorrere. Paradosso dei paradossi, tra chi ha proferito il verbo e colui per il quale il verbo è stato proferito, non c’è un percorso insediato da nemici, da rivali invidiosi che si oppongano attivamente alla trasmissione delle ultime parole del sovrano. Non c’è nemmeno una natura ostile che renda la missione del messaggero impervia e pericolosa. Il nobile servitore non deve addentrarsi in fitte foreste, scalare montagne, vincere aridi deserti dove la vita è una sfida e il silenzio atterra. Ciò che ha di fronte è il potere stesso dell’imperatore. Sono le vie brulicanti del regno a essersi fatte sterminate, è la sua potente comunicazione a impossibilitare la comunicazione. Il lettore può percepire, in una storia simile, un senso teologico apofatico, a rimarcare una distanza insopprimibile, totalmente umana e tecnologica, tra Dio e le sue creature; oppure può accentuare, come chiave di lettura, un ateismo ironico e colmo di nostalgia per un Dio lontano e impossibile, ridicolo come il suo uomo perché travolto dall’annuncio nietzscheano – un dio esiliato a Occidente. In ogni caso non c’è dubbio su cosa possano essere diventatati per Kafka angeli, profeti… e imām: impotenti funzionari di una ragione ipertrofica e dubitante. Roberto Revello, dottore di ricerca in Filosofia delle scienze sociali e Comunicazione simbolica, ha curato la pubblicazione in italiano di diverse opere di H. Corbin: Il paradosso del monoteismo (Milano-Udine 2010), Tempo ciclico e gnosi ismailita (Milano-Udine 2013), La Sophia eterna (Milano-Udine 2014) e la “summa” Nell’Islam iranico, di cui sono già usciti i primi 3 volumi ed è in corso di pubblicazione l’ultimo. IL POSTO DELLE PAROLE ascoltare fa pensare ilpostodelleparole.it

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